Rappresentarsi per potersi riconoscere

Media, identificazione e pratiche affermative nella quotidianità

Di recente, noi di Close in the Distance ci troviamo sempre più spesso a incrociare ambiti che, sulla carta, sembrano lontani: media education, gaming, attività clinica ed educativa.
In realtà, nel lavoro quotidiano, questi piani si parlano continuamente.

Stiamo sperimentando, in modo molto concreto, quanto le narrazioni mediali possano diventare strumenti potenti di riconoscimento, soprattutto quando si lavora con persone LGBTQ+ e giovani adultə. Non perché “insegnino” qualcosa in modo diretto, ma perché offrono immagini, storie e personaggi con cui potersi identificare, anche solo per un attimo.

Succede quando qualcuno nomina Alec Lightwood, Lexa, un personaggio di Glee o di Sex Education. Succede quando una serie diventa un riferimento condiviso, un terreno sicuro su cui parlare di sé senza esporsi subito in prima persona.
Dire “mi rivedo in quel personaggio” è spesso più semplice che dire “questa cosa riguarda me”.

In contesti educativi, di ascolto o clinici, queste identificazioni funzionano come vere e proprie porte di accesso. Permettono di parlare di relazioni, desideri, conflitti, coming out, appartenenza, senza dover partire da definizioni rigide o da categorie astratte. Le storie fanno il lavoro sporco al posto nostro: normalizzano, legittimano, aprono possibilità.
E così, invece di pensare a una prescrizione "tradizionale", di recente ci succede di dire "guarda questo show".
"Guardalo insieme ai tuoi fratelli".
"Se ti è piaciuto quando eri più giovane, riguardati una puntata di Glee. O di Shadowhunters".

Quello che osserviamo è infatti il fatto che non serve costruire interventi complessi o iper-strutturati. Spesso basta riconoscere il valore affermativo di ciò che le persone già consumano, guardano, giocano, amano. Dare spazio a quelle narrazioni, prenderle sul serio, usarle come materiale di lavoro significa fare psicoeducazione in modo accessibile e non giudicante.

Non tutte le rappresentazioni funzionano allo stesso modo, e non tutte sono “buone”. Ma quando una storia riesce a restituire complessità, ambivalenza, possibilità di errore e di crescita, allora diventa una risorsa. Un modo per dire, implicitamente: esistere così è possibile.

Ed è spesso da lì che iniziano le conversazioni più interessanti.